Michele Rua
L’incontro di don Bosco con Michele Rua
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kooperatori
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Enrichetta  Sorbone

Le suore di Sant’Anna si interrogano: «Il buono spirito di queste care suore di don Bosco desiderose di imitare il Fondatore, la naturale attitudine di suor Maria a tradurre lo spirito nel nascente Istituto, saranno sufficienti per la riuscita?».
La loro perplessità riguarda la vita povera e dura. Pensano che le postulanti non ce la faranno. Ma sembra che la Provvidenza voglia decisamente dare una smentita.
A Rosignano Monferrato Enrichetta Sorbone, una ragazza orfana di madre, limpida come acqua di fonte, sente parlare di don Bosco da certe sue coetanee, una delle quali aveva un fratello Salesiano.
«Toh – pensa – proprio quel don Bosco di cui mi parlava mia madre come di un Santo».
«E che Santo! – dicono le amiche – bisogna sentire che cosa raccontano di lui».
Così quando il giovane Salesiano viene a Rosignano, Enrichetta è tra quelli che pendono dalle sue labbra, per udire del Santo. Ma quando sente che don Bosco andrà molto presto a Borgo San Martino, scoppia dalla voglia di andarlo a vedere.
«Un Santo vivo! – pensa – e dire che dei Santi si legge solo sui libri».
Non senza difficoltà riesce a spuntarla con il padre, restio a dare certi permessi.
Eccola in piedi alle tre del mattino in un bel giorno di maggio per raggiungere Borgo San Martino alle sette, insieme alle amiche. Il collegio è tutto un fremito d’attesa.
«Di qui passerà don Bosco. E voi potrete baciargli la mano – dice il Salesiano – fratello della sua coetanea».
Quando il Santo comparve sul portone fu uno scoppio incredibile di gioia.
«Io guardavo col cuore negli occhi – testimonia Enrichetta – […] di mano in mano che don Bosco si avvicinava (lentamente, perché tutto quel popolo lo pigiava, lo prendeva per le mani per baciargliele, per essere benedetto) … io mi sentivo commossa, agitata da un fremito nuovo ed ero piena di freddo. Finalmente arriva al portone, eccolo nel corridoio dove siamo noi. Gli baciai la mano senza poter dire una parola, ma guardandolo fisso fisso, volevo vedere com’era un Santo vivo. Don Bosco mi guarda un momento e: «“Voi andate a Mornese” – dice puntandomi l’indice».
«Mornese? Chi è?».
«Un bel paese, vedrete – e, abbassando la voce – ora andiamo a pranzo, poi ci rivedremo».
Il colloquio del “Santo vivo” con la vivace diciottenne mise in chiaro che Enrichetta aveva dietro di sé ben quattro sorelline edue fratelli e rivelò anche il desiderio della loro mamma che aveva offerto al Signore la sua vita, perché tutte le figlie gli fossero consacrate.
Don Bosco concluse il dialogo con il mettere in mano a Enrichetta un biglietto su cui aveva tracciato rapide righe.
«Ecco, per adesso portate questo al vostro prevosto, ma andate presto a Mornese; prima di entrare in quella santa casa lasciate la vostra volontà fuori della porta».
La ragazza, trecce al vento e gote infuocate, ripone accuratamente il biglietto ed esce. Ma no, sull’uscio si volta ancora una volta a guardare questo “Santo vivo”, porgendogli il familiare saluto: «Ciarea, don Bosco!».
Un sorriso balena nello sguardo del Santo, il quale le lanciava poi un monito che Enrichetta non dimenticherà più.
«Su, lasciamolo questo mondo traditore».
Enrichetta ebbe la sua bella trafila di difficoltà prima di giungere a Mornese. Tra l’altro le avevano dipinto la vita religiosa a tinte fosche. «Non ne uscirai più né viva né morta», le aveva pronosticato il padre.
Enrichetta arriva a Mornese il 6 giugno 1873. Sulla soglia del collegio ad attenderla trova la vicaria, suor Maria Mazzarello. Passano i giorni e nel cuore di Enrichetta preme una domanda: «E le mie sorelline? Avrò fatto male a lasciarle? È vero che le suore di Sant’Anna vorrebbero prenderle in qualche loro collegio, ma sarà una separazione ancor più dolorosa. D’altra parte questa casa è troppo povera e non ho il diritto neppur di sognare che possano venire qui».
La ragazza si decide di parlarne a suor Maria a cuore aperto e discreto.
«Ho pensato che la proposta delle suore di Sant’Anna tutto sommato è un bene… A carico di questa casa povera ci sono già io».
Gli occhi scuri della vicaria scintillano, attraversati da improvvisa commozione.
«No, Richetta – la chiama con il diminutivo familiarmente – ringrazia pure le buone suore di Sant’Anna, ma le tue sorelline sono nostre. La tua casa deve essere anche la loro».
Così Enrichetta Sorbone si portò a Mornese tutta la sua nidiata. E la bontà di suor Maria Mazzarello, si saldò misteriosamente all’offerta che la loro madre ne aveva fatto al Signore. Divenne anzi l’atmosfera favorevole in cui quell’offerta trovò rispondenza e consapevole libera scelta delle figlie.
Tutte e quattro, oltre Enrichetta, divennero Figlie di Maria Ausiliatrice.

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